Grafia Concordata – Escolo dóu Po

La Grafia Concordata, detta anche dell’Escolo dóu Po, fu elaborata da un’apposita Commissione costituita nel gennaio del 1971 dall’ «Escolo dóu Po», l’associazione alla quale aderivano, all’epoca, tutti i cultori della lingua d’oc moderna in Italia. Vi entrarono a farne parte tutti coloro che lo desideravano e furono rappresentate tutte le correnti di pensiero. I suoi componenti furono: Giuliano Gasca-Queirazza, docente di filologia romanza, Corrado Grassi, docente di dialettologia, Arturo Genre, docente di fonetica sperimentale e occitano della Val Germanasca, Antonio Bodrero, poeta di Frassino, Sergio Ottonelli, poeta di Chianale, Gianpiero Boschero, studente di Frassino, Sergio Arneodo, poeta della Val Grana, Beppe Rosso, poeta della Valle Stura, Attilio Joannas della Valle d’Oulx, Ezio Martin, insegnante di francese della Val Chisone, Remigio Bermond, poeta della Val Chisone, Franco Bronzat, poeta della Val Chisone, Giuseppe Do, imprenditore della Val Po. La proposta della Commisione, che costituiva un miglioramento in senso fonematico della grafia utilizzata dal grande Frederì Mistral, fu pubblicata sul giornale Lou Soulestrelh dell’8 agosto 1973. In seguito l’uso ne migliorò alcuni aspetti.

     Vocali:

a, e, i, o = come in italiano;

ou = u italiana;

u = u francese;

eu = eu francese, come in peur (paura);

ë = e muta francese, come in le (il).

I dittonghi composti da a, o, ecc. più ou si scrivono aou, oou, ecc.

ii = non indica una i lunga (che è î), ma una successione di articolazioni, come per esempio in fìi (figlio), che può essere formata da vocale+semivocale o da semiconsonante + vocale.

Le vocali lunghe vengono generalmente segnalate mediante l’accento circonflesso (ˆ); quando la vocale sia contemporaneamente tonica, chiusa e lunga si raddoppia il segno, indicando l’accento soltanto sul primo (es. ée).

     Le consonanti si scrivono come in italiano, tranne le seguenti:

ch = c(i) italiana, come in cece; si usa davanti a tutte le vocali ed in posizione finale;

c = c(h) italiana, come in cane; si usa davanti ad a, o, ou, u ed in posizione finale;

qu = c(h) italiana; davanti ad e, ë, i, eu;

j = g(i) italiana, come in gelo; si usa davanti ad a, o, ou, u ed in posizione finale;

g = g(i) italiana, davanti ad e, ë, i, eu;

g = g(h) italiana, come in gara, si usa davanti ad a, o, ou, u ed in posizione finale;

gu = g(h) italiana, davanti ad e, ë, i, eu;

s = s aspra italiana, come in sole; può essere semplice o doppia;

z = s dolce italiana, come in rosa; può essere semplice o doppia;

ts = z aspra italiana, come in azione;

dz = z dolce italiana, come in zebra;

sh = sc(i) italiana, come in scena;

nh = gn italiana, come in sogno;

lh = gl(i) italiana, come in aglio;

zh = j francese, come in jeu (gioco);

nn = da usarsi in posizione finale per evitare confusioni quando la pronuncia differisce, come ad es. an (hanno) e ann (anno) e comunque per indicare che si tratta di una n apicale;

h = serve per indicare che due vocali devono essere pronunciate distintamente e non come vocale lunga, come ad esempio in fehe (pecore), in famihio (famiglia a Frassino); può anche essere usata per indicare che non vi è dittongo tra due vocali, come ad esempio in pouhin (piccolo fiocco di neve) e in arpuhel (pollone), in questo uso concorre con la dieresi;

ç = simile al th inglese di thing (cosa); presente in Val Po;

x = simile al th inglese di this (questo); presente in Val Po.

La lunghezza delle consonanti si indica con il raddoppiamento del segno, come in italiano. Nei casi di ch, nh, ecc., si raddoppia soltanto il primo elemento (faccho/fatta).

Si indica con l’apostrofo la caduta occasionale di una o più articolazioni.

L’accento viene indicato soltanto quando non cade sulla penultima sillaba delle parole terminanti in vocale, sulla sillaba finale che termina in consonante o in semivocale e sui monosillabi. Dunque: viro (gira), chanten (cantiamo), trënt (tridente), barsai (dirupo); ma: chànten (cantano), pìssëro (sorbo degli uccellatori), bazalicò (basilico). Nei nessi digrammatici l’accento viene posto sul secondo elemento: i doùnen (essi danno). Si usa sempre l’accento grave, tranne che per è (e chiusa), ó (o chiusa) ed á (a velarizzata, cioè quasi o).

Nei dittonghi tonici costituiti da vocali suscettibili entrambe di assumere funzione semivocalica l’accento segnala l’apice sillabico (chirichimìou/usignolo, a ioùle/a cavalluccio, lavoùiro/lavatoio):

In alcune forme verbali monosillabiche l’accento evidenzia una distinzione lessicale (à, ài /ha, ho, contro a, ai /a, ai, ecc.).

Quando i pronomi seguono il verbo, sia in frasi affermative, sia in frasi interrogative, si devono scrivere con il trattino tra il verbo ed il pronome e tra ogni pronome (quando siano più di uno).

Per ulteriori questioni si rimanda alle pagg. XVII e seguenti del Dizionario del dialetto occitano della Val Germanasca di Pons-Genre (1997).

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